Prigione 77 Recensione



Alberto Rodríguez va sul sicuro sommando il jail film alla passione civile che nasce da fatti realmente accaduti, ma il suo movie è tutto tranne che un’opera che gioca di rimessa. .La recensione di Prigione 77 di Federico Gironi.

Diciamo che questa volta Alberto Rodríguez (che pure è uno bravo: si veda il suo La isla minima per credere) ha giocato decisamente sul sicuro, giacché l’accoppiata jail film + impegno civile basato su eventi storici reali difficilmente poteva dare un esito negativo.
Una scommessa vinta in partenza, insomma, quella di Prigione 77, è vero. Ma è anche vero che se uno è bravo (e abbiamo detto che Rodríguez lo è), riesce non solo a fare un movie decente, risultato minimo quasi garantito, ma a dargli anche dello spessore in più. E quindi della qualità.

Il titolo originale di Prigione 77 è Modelo 77: lì dove il “modelo” è il carcere di Barcellona che è teatro di quasi tutti gli eventi del movie, e il 77 sta per 1977, l’anno in cui si accendono le vicende di un giovane commercialista che è stato accusato (forse ingiustamente, forse no) di aver sottratto una cifra comunque piuttosto irrisoria e che per questo è stato sbattuto in galera. Solo che, essendo per l’appunto il ‘77, la Spagna sta appena appena iniziando a uscire dalla stagione franchista, e se fuori alcune cose stanno cambiando, in galera tutto funziona ancora come un tempo.
Come, peraltro, in mille altri movie ambientati in prigione passati e presenti. E quindi si parla di condizioni inumane, di violenza dei secondini, di rapacità fra detenuti, di direttori se non sadici, conniventi
Allora Prigione 77 non è solo la storia di Manuel che cerca di capire se e quando verrà sottoposto a un giusto processo, e quindi uscirà di prigione, ma quella della sua crescente consapevolezza di quello che voglia dire vivere in un carcere, sopravvivere in un carcere, e delle ingiustizie che avvengono lì dentro, e della sua partecipazione a un movimento di protesta realmente esistito che, dentro e fuori da quelle mura, cercherà di portare la Spagna, anche quella carceraria, nella democrazia e nel futuro.

Le cose per Manuel non saranno semplici. Avrà, come è ovvio, un mentore: Pino, veterano della gattabuia. Il quale, come tutti i mentori, sarà inizialmente riluttante a ricoprire story ruolo, e anche a prendere parte al movimento di protesta. Ma poi, ovviamente, cambierà concept. Su Manuel e sulla protesta.
La storia di Manuel e di Pino, che inizia nel febbraio del 1976, tre mesi dopo la morte di Franco, e che ha termine nel giugno del 1978, è scandita da tutti quei momenti e quelle situazioni che sono tipiche e inevitabili per un movie carcerario, ma la differenza che c’è tra l’opera di Rodríguez e altri titoli più o meno analoghi e di aver creato una dialettica “invisibile” (invisibile giacché dal carcere noialtri non usciamo mai, come non escono mai i nostri protagonisti) tra un interno e un esterno che sono separati non solo dalle barriere fisiche, e dalle limitazioni alla libertà personale, ma da una trasformazione che, se fuori pare procedere quasi spedita, all’interno della prigione è sostanzialmente alieno.
E in modo in cui Rodríguez conclude la storia di Manuel e di Pino, il destino che regala a questi suoi due personaggi, è emblematico, ancor più dei cartelli che concludono il racconto, dell’utopia di un movimento, e delle inadempienze della politica.

Ma, posizionamento storico-politico a parte, quel che è notevole in Prigione 77 è anche il suo costeggiare continuo tutti i cliché, i luoghi comuni e gli stereotipi del jail film senza mai finire impantanato nelle paludi di retorica che possono rappresentare; utilizzando la verità ineludibile che raccontano senza mai trasformarsi in racconto posticcio e banale.
Una cosa del genere la si fa facendo attenzione alla scrittura, e ai dettagli; muovendo come si deve la macchina da presa, rendendo infiniti o claustrofobici gli spazi a disposizione; scegliendo attori come, are available in questo caso, sono capaci di dire più di quello che le loro battute contengono.  La si fa sfruttando regole e dinamiche del cinema di genere – il genere carcerario, certo, ma anche il thriller, e il thriller politico perfino – per accompagnare la passione civile, che così si esalta, e non fagocita il resto.
E che Prigione 77 abbia vinto cinque Goya tutti “tecnici” ( produzione, scenografia, costumi, trucco e parrucco, effetti speciali), sta lì a dimostrare la grande attenzione di Rodríguez a tutto quello che è e fa il cinema.





Supply hyperlink



from cinema – My Blog https://ift.tt/dpOaG8x
via IFTTT